La panchina

In occasione della festa di San Valentino, ecco a voi “La panchina“, il mio racconto di genere rosa contenuto all’interno dell’antologia Brevi Autori.

Buona lettura e buona festa degli innamorati!

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A Rebecca piaceva stare seduta sulla panchina del parco e osservare quello che accadeva intorno a lei. In particolare adorava guardare il lago artificiale dinanzi a lei, uno specchio d’acqua azzurro su cui spesso galleggiavano le nuvole bianche del cielo.
Era di natura curiosa, ma poco incline a socializzare. Ciò nonostante, un paio di mesi prima aveva intrapreso una piacevole conversazione con un uomo che le si era seduto accanto e, da allora, si erano dati appuntamento quasi ogni giorno.Per quella occasione aveva deciso di indossare il cappotto nuovo e il foulard di seta e aveva avvolto le sue graziose manine in un paio di guanti di velluto.
— Sei un raggio di sole, Reb — disse lui non appena la vide.
— Grazie, Simon — gli sorrise timidamente.
Per qualche minuto rimasero in silenzio, come spesso accadeva, a contemplare ciò che li circondava. Poi Simon prese parola.
— Siamo stati fortunati a incontrarci. Non è da tutti saper condividere questi piccoli momenti e conservarli nel cuore come facciamo noi, riuscire a stare in silenzio senza vederlo come un nemico del rapporto, ma come un alleato —.
Lei rifletté sulle sue parole.
— Hai ragione, è vero. Siamo due anime solitarie… —.
A quelle parole, Simon le afferrò la mano e se la portò al petto. La guardò intensamente negli occhi.
— Vorrei che non lo fossimo più, Reb. Vorrei che fossi tu la mia compagna e non la solitudine —.
Quando Simon le aveva detto che voleva vederla per parlarle di una cosa importante, Rebecca aveva sperato che fosse per farle una proposta, ma non aveva osato indugiare a lungo su quel pensiero per paura di una delusione. Sentirlo dire quella frase le aveva riempito il cuore di gioia.
— Oh, Simon… — sussurrò con le lacrime agli occhi.
Gli prese il viso tra le mani e gli accarezzò una guancia.
— È ciò che desidero anch’io — mormorò.
Allora la tensione sul viso di lui scivolò via. Con delicatezza le tolse un guanto e si portò alle labbra la sua mano, dove impresse un piccolo bacio. Poi la fece appoggiare su di lui e l’avvolse in un abbraccio. Rebecca pensò che stare tra le sue braccia fosse la cosa più bella del mondo e desiderò con tutto il cuore che a quell’abbraccio ne seguissero tantissimi altri.
Quando, cinquant’anni dopo, seduta su quella stessa panchina, ripensò a quell’appuntamento, non riuscì a trattenere un sorriso. Osservò l’anziano seduto al suo fianco, che ricambiò lo sguardo.
— A cosa pensi? — le domandò.
— Penso che questa panchina sia testimone di uno dei nostri ricordi più belli —.
Lui sorrise, poi posò la sua grande mano su quella piccola e raggrinzita di Rebecca, l’aiutò ad alzarsi e insieme si allontanarono lungo il viale alberato.

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