unatiral'altra

Quella mattina Greta arrivò tardi al lavoro e il suo capo non mancò di farglielo notare.<Mi dispiace, colpa del gatto che ha vomitato poco prima che uscissi di casa> si giustificò. Lui alzò un sopracciglio.
<Ma non avevi un cane?>.
<Oh sì, ma sto tenendo il gatto di mia sorella in questi giorni> rispose lei. In realtà non aveva nessun animale domestico ed era figlia unica. I datori di lavoro con cui aveva avuto a che fare prima di lui non si ricordavano mai le sue cose, perché questo tizio faceva caso a quello che lei diceva?
<E vanno d’accordo?> domandò lui.
<Chi?> fece Greta, mentre si accomodava dietro la scrivania.
<Il gatto di tua sorella e il tuo cane, litigano?> ripeté lui.
Che uomo insopportabilmente curioso.
<No, per ora no, sembrano piacersi> s’inventò. Sistemò la borsa sulla sedia vuota di fianco a lei e accese il computer. Si era già rilassata, convinta che l’interrogatorio fosse terminato, quando il suo capo tornò all’attacco.
<Durante una delle prime settimane in cui eri qui, sei stata a casa un paio di giorni sostenendo di stare troppo male per recarti al lavoro> cominciò, piano. <Mi pare di ricordare che la ragione di tanto malessere fosse scaturita da un forte attacco allergico proprio all’epitelio del gatto>.
<Oh> fece lei. Per un attimo immaginò di scaraventargli addosso il portapenne che aveva davanti e poi fuggire dall’ufficio, ma ciò, probabilmente, non avrebbe fatto altro che peggiorare le cose. Quindi proseguì a tessere la sua rete di menzogne: <Sì, questo perché credevo che fosse colpa del gatto dell’amica da cui ero stata quel weekend, ma in realtà era stata solo una supposizione. Poi mia sorella ha comprato questo gatto, lo stesso che ora è a casa mia, e quando sono andata da lei la prima volta non sono stata male. E nemmeno tutte le altre volte a seguire>.
Evidentemente il suo capo se l’era bevuta, perché questa volta non replicò. Greta s’immerse nelle sue tabelle e grafici, finché, dopo un paio d’ore, non decise di andare prendersi un caffè. Prima di uscire dall’ufficio domandò al suo capo se ne volesse uno anche lui.
<Sì, grazie, un decaffeinato>.
Ecco, un’altra delle stranezze di quell’uomo che proprio non tollerava: beveva tre o quattro caffè al giorno ma tutti decaffeinati. Che senso aveva? Era talmente persa nella sua elucubrazione che si accorse quando ormai era davanti alle macchinette di aver dimenticato in ufficio la sua chiavetta. La pigrizia la spinse a sperare che qualche malcapitato avesse come al solito lasciato la chiavetta nel cestino di fianco alla macchinetta. Controllò ed esultò mentalmente: c’era! La infilò nella macchinetta e vide che era anche bella carica. Decise quindi di approfittarne e di prendersi un dolcetto prima di passare alle bevande calde.
Aveva appena rimesso la chiavetta nel cestino e prelevato il bicchiere di caffé per il suo capo, quando una voce dietro di sé la fece sobbalzare.
<Fatto rifornimenti, eh?>.
Lei si voltò e vide un bel ragazzo sorriderle.
<Eh sì, ne avevo bisogno> rispose lei e fece per andarsene.
<E la chiavetta?> domandò lui, afferrandola e sventolandola per aria.
La ragazza pensò che fosse meglio fingere che fosse la sua.
<Giusto, che sciocca!> esclamò, con fare civettuolo, e allungò la mano per farsela ridare. L’uomo, però, la nascose dietro la schiena e inclinò il capo di lato guardandola torvo.
<Questa chiavetta è mia> dichiarò.
Ecco, la solita fortuna. Greta sfornò uno dei suoi sorrisi migliori.
<Ma dai? Ero convinta che fosse la mia, ecco perché c’erano così tanti soldi su!> esclamò e poi rise stupidamente. Lui rimase serio, attendendo che Greta smettesse di ridere.
<Scusa> fece lei, imbarazzata.
Lui scosse la testa, rivolgendole un’occhiata quasi disgustata, poi le diede le spalle e si dedicò alla macchinetta. Greta ne approfittò per svignarsela e filò dritta in ufficio.
<Greta, questo caffè è ormai freddo> si lamentò il suo capo, dopo averne bevuto un sorso, <si può sapere cos’hai fatto tutto questo tempo?>.
<Sono andata ai servizi prima di andare alle macchinette, il suo caffé l’ho davvero preso all’ultimo> rispose lei, che non voleva raccontare l’imbarazzante episodio della chiavetta.
<Sei andata ai servizi di questo piano o di quello di sotto dove ci sono le macchinette?> domandò lui. Apparentemente poteva sembrare una domanda innocente, ma Greta sentiva puzza di un tranello.
<Sono andata… a quello di questo piano> rispose lei, cauta.
Lui sbatté il palmo della mano sulla scrivania, facendola sussultare dallo spavento.
<Quei bagni sono fuori servizio da ieri sera!>.
Niente, quel giorno la fortuna aveva proprio deciso di girarsi dall’altra parte. Greta avrebbe voluto rispondergli, ma si rese conto che tutto ciò che voleva dire erano altre bugie. Ma che problemi aveva? Perché si complicava la vita in quel modo inventandosi cose in continuazione?
<Mi dispiace, non volevo prendermi gioco di lei>.
<Eppure ho l’impressione che lo fai spesso> ribatté lui. <Faccio davvero fatica, ormai, a credere a quello che mi dici>.
<Le assicuro che non le ho mai mentito, a parte adesso> affermò lei, cercando di suonare il più sincera possibile.
Lui ridusse gli occhi a due fessure, soppesando le sue parole.
<Del tuo cane mi avevi detto anche il nome, sai?> domandò infine, cogliendola totalmente alla sprovvista.
Greta intuì dove volesse andare a parare ancora prima che lui le domandasse: <Come avevi detto che si chiama il tuo cane?>.
<Bob?> chiese lei, dubbiosa.
<Willy!> sbottò lui <Avevi detto Willy!>.

 

 

 

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