lampioneneve

Dal cielo cadevano fiocchi di neve che pian piano andavano a depositarsi sul sottile strato bianco che si era formato sul marciapiede. Parigi non le era mai sembrata tanto triste come quella sera. Strano pensare che, sicuramente, qualcun altro, in quello stesso momento, la stava trovando romantica. Strano pensare che, mentre il ragazzo che camminava al suo fianco avesse certamente la ventiquattrore piena di documenti, nel suo zainetto ci fosse invece un coltello. D’un tratto intercettò lo sguardo dell’uomo, che le sorrise cordialmente. Restituì il sorriso e sperò in cuor suo che non le parlasse. Giunti a un bivio, svoltarono in direzioni diverse e lei si rilassò. Scostò un poco il guanto di pelle che le ricopriva la mano fino al polso e diede un’occhiata all’orologio: erano le 23,15 e l’incontro era stato fissato per le 23,30 sotto la Tour Eiffel. Svoltò in Avenue des Nations Unies e percorse il Pont D’Iena, affrettando il passo ma stando attenta a non scivolare. Quando arrivò, lui era già lì ad aspettarla: cappotto nero, sciarpa e berretto dello stesso colore. Come lei gli aveva chiesto. Se ne stava in piedi in mezzo alla piazzetta e con entrambe le mani stringeva il manico di una valigetta. Gli si avvicinò quanto bastava perché la notasse, poi con un cenno del capo lo invitò a seguirla. Passarono sotto la Torre e andarono a sistemarsi nella zona più buia e defilata del parco.
<Hai portato tutto?> gli domandò.
<Sì, come da accordi> replicò lui, dando un colpetto con la mano sulla valigetta.
<Aprila> gli ordinò.
L’uomo la guardò, esitante. Poi fece quanto gli era stato chiesto. Mise un piede sulla panchina e appoggiò sulla gamba la valigetta, poi fece scattare le sicure ai lati.
<Come ti dicevo, c’è tutto> disse un po’ seccato mentre lei ne analizzava il contenuto.
<D’accordo> annuì lei.
L’uomo richiuse la valigetta.
<Ora io voglio vedere il denaro>.
La ragazza si sfilò lo zainetto dalle spalle, lo aprì e gli fece segno di avvicinarsi. Lui s’inchinò un poco per vederne l’interno e lei, rapida e decisa, tirò fuori il coltello e lo trafisse all’altezza del cuore. L’uomo sgranò gli occhi per un attimo, poi emise un rantolo soffocato e si accasciò a terra. La donna si guardò intorno per accertarsi che nessuno l’avesse vista, dopodiché si abbassò su di lui per sfilargli il coltello dalla ferita e lo ripose subito all’interno dello zaino. Sollevò l’uomo prendendolo da sotto le ascelle e lo mise seduto con la schiena appoggiata alla base della panchina, poi tirò fuori dallo zaino una bottiglia di vino già aperta e gliela infilò tra le mani. Il fatto che fosse vestito così imbottito e di nero aiutava a nascondere la macchia di sangue che certamente si stava formando intorno alla ferita. La donna si sfilò i guanti e ficcò anche quelli nello zaino, poi da una tasca esterna ne ripescò un paio rosa di velluto, che infilò subito alle mani. Si diede ancora un’occhiata intorno, ma la neve era l’unica testimone silenziosa di quanto appena accaduto. Infine issò lo zaino in spalla, afferrò la valigetta e si allontanò a passo svelto, canticchiando sottovoce una vecchia canzone di quando era bambina. Giunta alla fermata dell’autobus vide nuovamente il ragazzo con la ventiquattore che le aveva sorriso mentre era diretta al suo appuntamento. Questa volta fu lei a sorridergli, gesto che lo incoraggiò ad avvicinarsi.
<Le nostre strade si sono incrociate di nuovo> disse, allegro.
<Così pare> fece lei, abbassando timidamente lo sguardo. Fu in quel momento che l’uomo notò la valigetta.
<Quando ti ho vista prima sono sicuro che non ce l’avessi> osservò, indicandola con la mano libera.
<Ma è così, infatti> confermò lei.
<Molto strano> fece lui, serio. Poi sorrise: <Devo credere che sia caduta dal cielo insieme alla neve?>.
Lei sfoderò il suo sorriso migliore.
<Mi crederesti mai se ti dicessi invece che ho ucciso qualcuno per averla?>.
Il ragazzo parve soppesare l’idea per un attimo, poi scoppiò a ridere. Lei rise con lui. Poi lui alzò lo sguardo verso la luce del lampione e dopo qualche secondo lo abbassò su di lei: <Adoro la neve, e tu?>
<Oh, sì> fece lei, stringendo forte il manico della valigetta, <Parigi sotto la neve è così romantica>.
<Già, è vero> concordò lui. Poi le tese la mano guantata: <Comunque io sono Carl>.
<Sylvie> replicò lei, stringendola con un sorriso.
In quel momento arrivò il bus e Carl protese il braccio per farla salire prima di lui. Sylvie andò ad accomodarsi su un sedile in fondo, tenendo il posto per Carl. Tolse lo zaino per appoggiarlo nel misero spazio che aveva tra i piedi e si sistemò la valigetta sulle ginocchia, afferrandola stretta con entrambe le mani. Volse lo sguardo fuori dal finestrino, verso la neve che iniziava a cadere sempre più fitta. D’un tratto nel riflesso apparve il volto di Carl: stava fissando la sua valigetta, era palese. Riuscì a stento a reprimere la sua irritazione mentre Carl cominciava a conversare. L’unico modo che aveva per calmarsi era ripensare al coltello ancora insaguinato che aveva nel suo zaino e alla soddisfazione che le aveva procurato.
<Da come la tieni stretta, non mi dirai mai che c’è lì dentro, eh?> le chiese Carl improvvisamente, accennando col capo alla sua valigetta.
Di nuovo, Sylvie si sforzò di stare calma. Sorrise, persino.
<No, ma se vuoi quando scendiamo ti mostro cosa c’è nel mio zaino…>.

 

 

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