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Quando il capo le aveva detto che avrebbe dovuto accompagnarlo in trasferta, Greta aveva pensato si trattasse di uno scherzo e, a giudicare dalle occhiate incredule di Mara e Gemma, non era stata l’unica.
<Si tratta di un convegno molto interessante, non può che farti bene uscire un po’ da questo ufficio> le aveva detto in un tono che non ammetteva repliche.
E adesso Greta era lì in stazione, con il trolley in una mano e un croissant nell’altra in attesa che il treno arrivasse. Il capo se ne stava un po’ in disparte, tutto preso da una chiamata di lavoro, gesticolando e camminando avanti e indietro. Quando finalmente arrivò il treno era ancora al cellulare. Afferrò il trolley e fece cenno a Greta di salire prima di lui. La ragazza fu costretta a controllare i biglietti una volta saliti, ragion per cui dovettero attraversare quasi tutto il treno per arrivare alla carrozza giusta.
<Non mi mollava più> borbottò il capo, sfilandosi gli auricolari dalle orecchie mentre prendevano posto.
<Logorroico?> fece lei.
<Sì e nemmeno tanto simpatico> rispose lui.
<È una persona che vedremo durante il convegno?> domandò Greta.
<No, no> rispose il capo, scuotendo la testa energicamente. <Per carità> aggiunse a mezza voce.
<Ma se il tutto si svolgerà domani, perché stiamo partendo oggi?> chiese la ragazza.
<Perché ci sono delle persone con cui ho appuntamento>.
<Questo significa che avrò il pomeriggio libero, giusto?>.
Lui inclinò un poco la testa e alzò un sopracciglio.
<Diciamo così>.
Greta non commentò, ma sorrise soddisfatta. Trascorse le quattro ore di viaggio sonnecchiando sul sedile, interrompendosi solo per mangiare un panino, finché non giunsero a destinazione. Una volta usciti dalla stazione, il capo fermò un taxi e nel giro di un quarto d’ora raggiunsero l’albergo, un moderno edificio a quattro stelle disposto su sei piani.
Alla reception una ragazza comunicò loro che le stanze erano pronte e gli consegnò le chiavi elettroniche. <La cena sarà a buffet dalle 19,00 alle 21,00> disse, prima di dedicarsi a una comitiva di uomini in giacca e cravatta appena arrivata.
Le camere erano sullo stesso piano, separate tra loro da quattro camere. Greta si gettò sul letto appena varcata la soglia della sua. Constatato con soddisfazione che il materasso era comodo, si alzò e si diede un’occhiata attorno: la stanza era luminosa e pulita, sui toni del blu. Oltre al letto, c’erano una scrivania con una sedia, una poltroncina e un armadio. Il bagno era piccolo, ma pulito e moderno. Greta ne approfittò per darsi una rinfrescata, poi ripescò dalla valigia un paio di shorts, una maglietta a maniche corte e le scarpe da ginnastica, preparandosi a godersi il suo pomeriggio di libertà: moriva dalla voglia di prendersi un gelato e di fare una passeggiata in riva al mare. Quando uscì dalla camera, era così immersa in quella fantasia che si scontrò con una signora avvolta in un elegante tailleur. Borbottò delle scuse, a cui la signora rispose con un’occhiataccia, poi la seguì all’interno dell’ascensore. Il dito con l’unghia mangiucchiata di Greta pigiò il pulsante del piano zero proprio mentre l’unghia laccata di rosso della signora faceva lo stesso. La ragazza fece un passo indietro e notò dallo specchio che la signora stava guardando con disapprovazione il suo look casual. Quando si aprirono le porte dell’ascensore, Greta si affrettò a uscire per prima, indispettita dalla situazione. Soltanto una volta fuori realizzò che l’ascensore era sceso solo di un paio di piani, richiamata dal ragazzo che era entrato al posto suo: per lo zero ne mancava ancora uno.
<Dannazione!> esclamò lei. Si fiondò verso le scale e cominciò a correre facendo i gradini due alla volta: doveva assolutamente arrivare prima di quella snob! Quasi inciampò nell’ultimo scalino, ma si affacciò sull’atrio in tempo per vedere il ragazzo e la signora uscire dall’ascensore. Accelerò il passo, decisa ad anticiparla almeno nell’uscita dall’hotel. Riuscì a raggiungerla proprio mentre le porte automatiche si aprivano, urtando la valigetta che la snob stringeva in una mano.
<Scusa eh> sbottò la donna, stizzita, guardandola malamente.
<Oh, non si preoccupi> ribatté Greta, sorridendo sfacciatamente. Poi s’infilò gli occhiali da sole e fece per allontanarsi.
<Greta!> la richiamò la voce del capo.
Lei si voltò verso la fonte di quel fastidio improvviso e lo vide seduto in una delle poltroncine bianche che precedevano l’ingresso. Si alzò e le andò incontro, bloccandosi d’un tratto. <Matilde!> esclamò.
La signora snob andò verso di lui e gli strinse la mano.
<Alberto, che puntalità! Tutto bene il viaggio?> domandò.
<Sì, grazie> sorrise lui. Poi posò una mano sulla spalla di Greta e aggiunse: <Lei è Greta, la più giovane del nostro ufficio>.
Se la signora snob era irritata, non lo diede a vedere. Strinse la mano a Greta e si sforzò persino di sorridere.
<Piacere, Matilde>.
<Piacere> fece Greta, ricambiando la stretta, ma non il sorriso.
<Dato che è una bella giornata, cosa ne dici di sistemarci in uno dei tavolini nel giardino sul retro dell’hotel?> propose Matilde, rivolgendosi al capo. <Ho avuto modo di dare una sbirciata questa mattina e sembrano l’ideale>.
<Per me possiamo accomodarci dove preferisci> fece lui.
<Vogliamo andare ora o devi recuperare qualcosa dalla tua stanza?> domandò Matilde.
<Ho già tutto> rispose il capo, sollevando la ventiquattrore per mostrargliela.
<Vieni anche tu… come hai detto che ti chiami?> fece Matilde guardando Greta.
<Si chiama Greta e non penso sia necessario che partecipi all’incontro> intervenne il capo, con una punta di preoccupazione nella voce. Greta, sentendosi in qualche modo sfidata (e al contempo certa che non sarebbe stata assecondata), asserì che non sarebbe stato un problema partecipare alla loro piccola riunione. <D’altra parte, se dovete discutere di cose che per determinati motivi non posso ascoltare, non mi offendo di certo> aggiunse con aria grave.
<Oh, sciocchezze> fece Matilde, scacciando via quell’affermazione con un gesto della mano, <Vieni anche tu: sarà sicuramente stimolante ricevere il punto di vista di una ragazza giovane come te>.
Greta lanciò un’occhiata di aiuto al suo capo, che scosse la testa come a dire “peggio per te!”. <Andiamo, allora> disse invece, indicando l’entrata con un braccio.
Appena rientrati nell’atrio, Matilde si voltò verso Greta: <Ah, Greta, sarebbe meglio che andassi prima a cambiarti: più tardi ci raggiungerà anche l’organizzatore dell’evento e non vorrei che ci fosse un po’ troppa informalità>.
<Va bene> borbottò la ragazza, rossa in viso dalla rabbia. Si avviò verso l’ascensore trascinando i piedi, maledicendo lo scontro in corridoio con Matilde, il suo desiderio di vendicarsi urtandola nell’atrio e la sua irrefrenabile capacità di infilarsi sempre in situazioni scomode.

– Fine prima parte –