Routine o non routine?

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Ieri, oggi e domani ormai si fondevano tra loro. La corsa per prendere l’autobus, le spintonate per salire sul treno e il passo svelto fino all’ufficio erano azioni che si ripetevano immancabilmente ogni giorno, cosicché era diventato difficile distinguere i giorni tra loro. All’inizio le era piaciuta quella così agognata routine, in qualche modo l’aveva fatta sentire al sicuro dopo tanta instabilità. Ma ora le stava stretta, le faceva mancare il fiato. Trascorreva tutto il tragitto guardando fuori dal finestrino, cercando un briciolo di libertà nel paesaggio che l’accompagnava. Ma anche quello, dopotutto, rimaneva uguale col passare del tempo: edifici grigi, campi, un asilo, un parco, case, ospedale, edifici grigi… Ormai le sembrava persino di vedere sempre le stesse persone sul treno: la bambina che frignava tra le braccia della madre, i ragazzini col cappello all’indietro che urlavano e sghignazzavano, il mendicante che faceva tintinnare il suo bicchiere di monete mentre zoppicava per il vagone, il signore intento a leggere un quotidiano, la signora che si guardava intorno con aria circospetta, il ragazzo che sfogliava un ebook, la ragazza che discuteva al telefono e quella che masticava una cicca con la bocca aperta. A volte li odiava tutti indistintamente. Altre volte odiava solo la bambina che piangeva ma adorava il ragazzo perché leggeva Bukowski. Altre volte ancora provava tenerezza nei confronti della bimba e detestava il ragazzo che, tutto preso dalla lettura, non si curava di lei. Spesso le stesse cose che un giorno la facevano sentire tranquilla, un altro erano quelle che la rendevano nervosa. Come quando le capitava di sedersi vicino a qualcuno che aveva la musica talmente alta da sentire anche lei le canzoni: c’era il giorno in cui era contenta perché almeno non era costretta a fare conversazione e quello in cui s’immaginava di strappare via gli auricolari al malcapitato e pestarli sotto i piedi. In generale, comunque, si limitava sempre a imprecare mentalmente e lanciare solo qualche occhiata di fuoco nei giorni in cui si sentiva particolarmente arrabbiata.
“Tu sei sempre arrabbiata” commentava sua sorella quando le confidava certi pensieri. Era vero? Possibile. Eppure non era sempre stato così. Ricordava perfettamente quando lavorava nella libreria di paese, che raggiungeva a cavallo della sua Graziella: la pagavano poco, le facevano fare più ore del dovuto e preferivano ignorare il fatto che avesse una laurea. Eppure, in quel periodo era stata serena. Possibile che solo prendere i mezzi potesse cambiare l’umore di una persona? O addirittura il suo carattere? Non desiderava questo. Forse avrebbe cercato un altro lavoro, più vicino a casa. O forse ancora si sarebbe comprata una moto e sarebbe arrivata in ufficio così, coi capelli schiacciati dal casco e le dita rinsecchite dal freddo. Oh no, non era fattibile.
Appoggiò la testa contro il finestrino, chiudendo gli occhi mentre la ragazza di fianco masticava rumorosamente. No, forse era meglio continuare a fare come stava facendo. Dopotutto non era poi così male.

No?

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