Donna che legge in età vittoriana

Come saprete, l’epoca vittoriana fa da sfondo al mio ultimo libro “L’eredità di Christine“. Con età vittoriana ci si riferisce al periodo storico inglese che va dal 1837 al 1901, anni di riforme e cambiamenti ma anche di grandi contraddizioni. La donna vittoriana era priva di molti dei diritti di cui oggi godiamo e conduceva una vita piena di restrizioni.

In questo articolo vi parlerò della condizione femminile durante il Vittorianesimo soffermandomi sullo sport e sull’istruzione. Non mancheranno collegamenti con il mio romanzo, di cui troverete anche due estratti.

Buona lettura!

Quali sport praticavano le donne vittoriane?

Il croquet e il tiro con l’arco furono tra i primi sport socialmente accettabili per le ragazze appartenenti ai ranghi più alti della società. Come mai? Be’, sicuramente il fatto che per praticarli non ci fosse bisogno di indossare abiti “disdicevoli” e di muovere troppo il corpo era visto in maniera molto positiva. Inoltre, entrambi gli sport potevano essere praticati in gruppi molto numerosi, così da evitare che una ragazza potesse rimanere a tu per tu con un uomo.

Durante le competizioni, i bersagli di paglia venivano posizionati su dei cavalletti a varie distanze; i punti venivano segnati ogni volta che il bersaglio veniva colpito: più la freccia si conficcava vicina al centro, maggiori erano i punti.

The Fair Toxophiles. Painting. Royal Albert Memorial Museum, UK

Il tiro con l’arco era un’attività per ricchi e anche solo l’equipaggiamento aveva un costo non indifferente. Ogni donna possedeva il suo arco, più piccolo e leggero da maneggiare rispetto a quelli degli uomini, le sue frecce, un parabraccio in pelle e una patelletta.

Anche nel mio romanzo “L’eredità di Christine” viene dato spazio a questo sport:

«Avete mai tirato con l’arco, signorina Allen?» domandò il signor Williams, scuotendo la testa per rispedire indietro la ciocca di capelli ramati che gli copriva l’occhio.
«No, signore» rispose lei scuotendo la testa.
«Prima di tutto dovrete indossare alcuni accessori che garantiscano la vostra incolumità» attaccò, mettendole tra le mani una guaina di pelle. «Questo è un parabraccio e serve a proteggere il polso dalla sferzata della corda quando rilascerete la freccia: va messo sul braccio con cui reggerete l’arco. Ecco, vedete che tiene la manica del vestito in modo che non vi sia di impaccio? Molto bene, ora vi mostro la patelletta». Williams le porse un altro accessorio, di pelle marrone piuttosto piccolo: «Questo invece dovrete indossarlo per proteggere le dita che tratterranno la corda, dunque sulla mano con cui pensate di scoccare la freccia».

L’educazione femminile in epoca vittoriana

L’educazione maschile e femminile non presentava differenze fino ai dodici anni di età: da quel momento in poi i ragazzi potevano proseguire i loro studi e formarsi intellettualmente, mentre le ragazze dovevano dedicarsi a passatempi meno impegnativi, che le avrebbero preparate a essere madri. 

Le ragazze erano considerate più deboli dei ragazzi per il solo fatto di avere le mestruazioni. Sì, perché nonostante fosse risaputo che è parte integrante del processo riproduttivo, il ciclo era comunque visto come una debolezza: durante il “loro periodo” le giovani erano costrette a trascorrere almeno una giornata a letto e dovevano evitare qualsiasi sforzo fisico e turbamento emotivo. 

Insomma, l’idea di fondo era che una donna istruita potesse diventare sterile, perché la fatica avrebbe potuto danneggiarla. Proprio per questo, quando negli anni ’60 dell’Ottocento si palesò l’idea di uniformare gli studi per maschi e femmine, ci fu tanta preoccupazione: e se fossero rimaste irrimediabilmente danneggiate, fisicamente e mentalmente, per raggiungere gli stessi risultati dei maschi? Come detto in precedenza, le mestruazioni venivano viste come un problema e tanto il profano quanto l’esperto in medicina concordavano nel vedere il ciclo mestruale come una malattia. L’intelletto e le emozioni dovevano essere tenute sotto controllo affinché le ragazze divenissero donne felici e in salute.

Proprio al fine di evitare troppe emozioni, persino le letture andavano selezionate con cura: “Cime Tempestose” di Emily Brontë era considerato troppo eccitante e nemmeno i romanzi di Jane Austen andavano bene. Ann Radcliffe e Byron? Due diavoli. No, per non incorrere in problemi era meglio dedicarsi alle letture consigliate da Lydia Maria Child nel suo “The Mother’s Book”.

Il controllo esercitato sulle donne per quanto concerne i loro studi e le loro preferenze di lettura, si percepisce anche in questo passaggio tratto da “L’eredità di Christine“:

Negli anni, la signora Allen aveva condiviso con la figlia molte delle sue letture: l’Edda di Snorri Sturluson e la versione illustrata della Ars amatoria di Ovidio erano tra le sue preferite. Aveva poi cercato di iniziarla ai manuali di scienza e ingegneria, scarabocchiati spesso dai suoi appunti disordinati, che ne rendevano ancora più difficile l’apprendimento. Il signor Allen non ostacolava gli interessi della moglie, ma Christine era piuttosto certa che tra i due vi fosse un tacito accordo: la lettura e lo studio di quei libri era lecito solo nella misura in cui nessun estraneo alla famiglia ne fosse venuto a conoscenza.

Bisognerà attendere la fine dell’Ottocento per vedere un cambiamento, quando Eleanor Mildred Sidgwick  affermò che la salute delle ragazze che avevano frequentato il college era identica a quella delle giovani che non lo avevano frequentato. Ciò nonostante, si preferì comunque fondare istituti separati per i due sessi: le ragazze non potevano seguire gli stessi ritmi di studio dei ragazzi, perché il corpo femminile aveva tempi diversi da quello maschile. 

Ovviamente tutto questo si riferisce alle ragazze che provenivano da famiglie agiate. La maggior parte delle giovani, infatti, raggiunti i dodici anni concludeva i suoi studi senza possibilità di proseguire con attività intellettuali né di praticare sport. Molte finivano a lavorare a tempo pieno in fabbrica svolgendo il più delle volte lavori pesanti; ovviamente nessun datore di lavoro si preoccupava di concedere loro un giorno di riposo durante quei giorni del mese in cui “erano più deboli”.

Capito come mai si dice che l’epoca vittoriana è contraddittoria?


Fonte: Goodman, R. How to be a Victorian. Londra, Penguin Books, 2014.