Autore: Shirley Jackson
Editore: Gli Adelphi
Prima edizione: 1959
Pagine: 233

Benvenuti a Hill House

La casa era abominevole. Rabbrividì e pensò, mentre le parole le si affacciavano libere alla sua mente, Hill House è abominevole, è infetta; vattene subito di qui.

John Montague, antropologo e ricercatore di fenomeni paranormali, è riuscito ad affittare Hill House per l’estate: il suo obiettivo è vedere coi suoi occhi quali siano i demoni che terrorizzano la gente del posto, raccogliere dati e informazioni e scriverci su un libro. Per una buona riuscita dell’esperimento, cerca di reclutare persone che abbiano già avuto contatti con fenomeni paranormali. Solo in due rispondono al suo appello: Eleanor Vance e Theodora. Il quartetto verrà poi completato da Luke Sanderson, futuro erede di Hill House.

Tra i membri del gruppo si instaura subito un clima di fiducia e amicizia, ma l’illusione di essere in vacanza resta appunto un’illusione. Tutti e quattro si sentono costantemente in attesa, come se da un momento all’altro dovesse accadere qualcosa. In effetti, Hill House fin dall’inizio dà l’impressione di essere viva: le porte, da loro lasciate spalancate per orientarsi meglio, si richiudono ostinatamente. Il pianterreno della casa è disposto a cerchi concentrici: l’anello di stanze interne, senza finestre, e intorno l’anello delle stanze esterne, con la veranda che corre tutta intorno alla casa, creano nell’insieme un labirinto dov’è facile perdersi. A contribuire alla sensazione di smarrimento, anche gli angoli imperfetti e gli scalini inclinati verso l’asse centrale, lievi irregolarità che distorcono le proporzioni della casa.

È un capolavoro di depistaggio architettonico.

Questa perdita di equilibrio causata dall’architettura della casa basterebbe a spiegare alcuni dei fenomeni paranormali rilevati da altri prima di loro. Se così fosse, di paranormale la casa non avrebbe proprio nulla e sarebbe tutto razionalmente spiegabile. E questo è sicuramente quello che la Jackson vuole insinuare, non solo nella mente dei personaggi, ma anche in quella del lettore stesso.

Suggestione o realtà?

La componente horror, non a caso, si basa tutta sul “non detto”: l’autrice sembra solo suggerire, bisbigliando all’orecchio del lettore, ciò che sta succedendo. Eppure le scene più inquietanti sono descritte magistralmente, con pochi elementi ma da cardiopalmo. 

Oltre a porte che si chiudono da sole, tra le mura di Hill House risuonano risate malefiche, i vestiti vengono ritrovati macchiati di sangue, ci sono apparizioni, grida, colpi sui muri e strane scritte… le notti non sono affatto tranquille, eppure i suoi abitanti evitano di confidarsi reciprocamente le proprie paure e proprio per questo si ha l’impressione che nulla di ciò che accade sia reale.

Allo stesso tempo, come può essere tutto frutto della loro immaginazione se il freddo presente nella “camera delle bambine” è così reale? Il gelo lo percepiscono tutti, anche se il termometro utilizzato dal professor Montague non rivela una temperatura diversa da quella presente nel corridoio. Quel freddo che penetra nelle ossa è lo stesso che si insinua sotto le porte delle loro camere durante la notte, quando ripetuti colpi si rincorrono sul corridoio delle loro stanze.

Ma la casa sembra chiamare a sé una sola persona: Eleanor Vance.

L’infelicità di Eleanor Vance

La protagonista ha una psiche turbata ancor prima di mettere piede in casa. Ce ne accorgiamo pian piano, quando con maestria la Jackson dà voce ai suoi pensieri conturbanti. Eleanor è una donna infelice e la casa rappresenta per lei l’opportunità di essere libera. La sua paranoia, però, diventa presto un tutt’uno con la casa e la ragnatela in cui è intrappolata trasmigrerà sulla casa stessa. Ma sarà l’unica a non averne paura

Per certi versi, l’animo tormentato di Eleanor sembra in perfetta armonia con la casa, che sembra a sua volta non aver mai conosciuto la felicità: molte sono le morti legate a Hill House, alcune accidentali, altre violente, comunque tutte le storie che la riguardano hanno risvolti drammatici.

Il mio pensiero

Le mie emozioni su questo libro sono contrastanti e forse la colpa è delle aspettative che nutrivo. Non mi riferisco al fatto che fossero alte, quanto al genere di storia in sé. Sì, perché se “L’Incubo di Hill House” è considerato un capolavoro del gotico, è altrettanto vero che a giocare un ruolo fondamentale qui è la psicologia più che il paranormale. Il problema è che la psicologia di Eleanor viene solo abbozzata, il resto è a libera interpretazione. Forse un po’ troppo libera.

La scrittura di Shirley Jackson è indubbiamente intrigante e l’autrice ha la capacità di comunicare tanto attraverso pochi elementi. I dialoghi tra i personaggi sono infatti pieni di sottintesi e alle volte sembrano quasi surreali, ma proprio per questo rafforzano lo smarrimento del lettore: ciò che sta succedendo è reale oppure no? Nonostante ciò, così come i personaggi sono rimasti costantemente in attesa, anche io ho aspettato fino alla fine che ci fosse una svolta, ma giunta all’ultima pagina mi è rimasto un senso di incompletezza.

Il finale è aperto a diverse interpretazioni e per certi versi si può anche ipotizzare una visione in cui tutto ciò che sembra sovrannaturale si fonda invece su spiegazioni razionali. Un colpo alla Ann Radcliffe, insomma. A me personalmente piace pensare a una via di mezzo: nessuna allucinazione collettiva, ma fenomeni inspiegabili legati intimamente all’animo tormentato dei precedenti abitanti della casa. Un tormento di cui anche la stessa Eleanor è vittima.

In conclusione, se questo romanzo dev’essere inteso come psicologico, avrei preferito vedere più da vicino il labirinto della mente di Eleanor, un personaggio complesso ma decisamente poco approfondito. Infine, considerato che il libro ha circa 230 pagine e che nelle prime 100 non accade quasi nulla, credo che sotto forma di racconto “L’Incubo di Hill House” avrebbe avuto un sapore diverso e lo avrei certamente apprezzato di più.

Classificazione: 3.5 su 5.